Riforma professione forense. Ordini del giorno

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Ordini del giorno dei senatori Donatella Poretti, Marco Perduca, Emma Bonino, Pietro Ichino

Titolo di specialista

ODG

premesso che:
la proposta in esame introduce, all’articolo 8, il titolo di specialista che può essere conseguito soltanto dopo avere frequentato corsi di studio biennali offerti da scuole o da altre organizzazioni di alta formazione per il conseguimento del titolo di specialista;

a tali corsi possono essere ammessi soltanto avvocati con un’anzianità professionale di almeno quattro anni;

all’esito della frequenza, l’avvocato deve superare un esame presso il Consiglio Nazionale Forense (CNF) al cospetto di una commissione giudicatrice designata dallo stesso CNF;

il DDL prevede, altresì, che gli avvocati con anzianità di almeno dieci anni possano conseguire il titolo previa definizione dei relativi requisiti da parte del CNF;

è previsto, inoltre, che le specializzazioni ammesse sono individuate dal CNF con regolamento che stabilirà, tra l’altro, i percorsi formativi e professionali per il conseguimento del titolo di specializzazione nonché le modalità di acquisizione del titolo.

considerato che:
se da un lato il CNF non appare il soggetto istituzionalmente più adeguato a individuare le branche scientifiche che giustificano l’esistenza di specializzazioni, dall’altro il CNF, in ragione della sua natura, potrebbe privilegiare alcune attività attribuendo la relativa specialità e non riconoscerne invece altre, con l’effetto di svantaggiare o avvantaggiare alcune categorie di professionisti.

impegna il Governo:
- a provvedere a operare opportune modifiche alla normativa al fine di evitare che l’attribuzione al CNF dell’individuazione delle specializzazioni, e la mancata previsione di metodi alternativi alle scuole per l’acquisizione del titolo di specialista, pongano in essere pratiche ostative del regime di libera concorrenza;
- a prevedere un sistema aperto ed alternativo alle scuole per l’acquisizione del titolo, valido per tutti i professionisti e non solo per quelli che risultano iscritti all’albo da almeno di 10 anni.

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Pubblicità

ODG

premesso che:
il progetto di riforma in esame detta una disciplina generale della pubblicità degli avvocati prevedendo che “è consentito all’avvocato dare informazioni sul modo di esercizio della professione purché in maniera veritiera, non elogiativa, non ingannevole e non comparativa” (articolo 9, comma 1);

oltre ai divieti riportati, il comma 2 fissa ulteriori parametri cui l’attività pubblicitaria degli avvocati deve conformarsi: così è previsto che “il contenuto e la forma dell’informazione devono essere coerenti con la finalità della tutela dell’affidamento della collettività, nel rispetto del prestigio della professione e degli obblighi di segretezza e di riservatezza dei principi del codice deontologico”.

considerato che:
come evidenziato dalle valutazioni dell’Autorità Antitrust sul testo sottoposto al Parlamento, la disciplina risulta restrittiva della concorrenza perché vieta ingiustificatamente il ricorso alla pubblicità comparativa, nonché l’utilizzo di toni elogiativi propri delle comunicazioni pubblicitarie, atteso che lo strumento pubblicitario rappresenta un’importante leva concorrenziale a disposizione del professionista. È di tutta evidenza che la pubblicità comparativa è anch’essa soggetta al criterio di veridicità, completezza e chiarezza.

l’Antitrust osserva inoltre che l’utilizzo della locuzione “informazione” in luogo del termine “pubblicità”, risulta potenzialmente fuorviante e limitativo, in quanto non esplicita con chiarezza la possibilità per il professionista di ricorrere allo strumento pubblicitario ai fini della promozione della propria attività;

impegna il Governo:
ad accogliere le osservazioni dell’Antitrust per quanto riguarda la disciplina della pubblicità da parte dei professionisti avvocati, e ad apportare in tal senso le opportune modifiche al testo.

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Tariffe

ODG

premesso che
secondo il parere dell’Antitrust, il DDL in esame, nella parte che riguarda le tariffe professionali appare inadeguata: l’articolo 12 afferma, al primo comma, il principio della libera determinazione del compenso prevedendo che il compenso professionale è stabilito tra cliente e avvocato in base alla natura, al valore, alla complessità della controversia e al raggiungimento degli obiettivi perseguiti, nel rispetto del principio di libertà negoziale. Tuttavia, il comma 5 del medesimo articolo prevede testualmente che “gli onorari minimi sono inderogabili e vincolanti”;

inoltre, il medesimo articolo, al comma 1, stabilisce che i compensi debbano essere adeguati al decoro della professione.

considerato che:
occorre osservare che l’affermazione del decoro quale parametro per determinare il compenso non deve essere suscettibile di prestarsi ad un uso fuorviante da parte degli ordini e divenire un criterio di controllo sui compensi;

l’’Autorità osserva che il decoro è un concetto di valore etico che può essere utilizzato quale principio generale dell’attività professionale, ma non come parametro economico di determinazione del compenso, in quanto il rispetto del decoro potrebbe facilmente reintrodurre l’inderogabilità dei minimi tariffari: il compenso decoroso sarebbe, in conclusione, quello che rispetta la tariffa minima;

la criticità della norma è aggravata dagli elevati margini di indeterminatezza che tipicamente accompagnano l’utilizzo di clausole generali, la cui concreta definizione sarebbe riservata, in via principale e pressoché esclusiva, agli organi dell’ordine professionale;

L’Autorità ricorda che l’articolo 2233 codice civile, pure richiamato nel testo del DDL al vaglio del Parlamento, contiene una disposizione che si rivolge esclusivamente ai privati e non attribuisce all’Ordine alcun potere di valutazione sulla conformità del compenso professionale alla nozione di decoro;

l’articolo 12 del DDL in esame prevede inoltre, al comma 6, la facoltà di concordare, tra avvocato e cliente, un compenso ulteriore rispetto a quello tariffario in caso di conciliazione della lite o di esito positivo della controversia fermi i limiti del codice deontologico.

le tariffe fisse e minime, come più volte evidenziato a livello nazionale e comunitario, non garantiscono la qualità della prestazione, ma anzi possono disincentivare l’erogazione di una prestazione adeguata: la sicurezza offerta dalla protezione di una tariffa fissa o minima certamente non invoglia il professionista a tenere comportamenti virtuosi.

secondo i consolidati principi antitrust, le tariffe professionali fisse e minime costituiscono una grave restrizione della concorrenza, in quanto impediscono agli iscritti all’albo di adottare comportamenti economici indipendenti e, quindi, di utilizzare il più importante strumento concorrenziale, ossia il prezzo della prestazione.

impegna il Governo:
- ad accogliere le osservazioni dell’Antitrust sulle disposizioni relative alla determinazione delle tariffe, di modo che le stesse favoriscano le pratiche concorrenziali al contempo ponendo in essere un regime virtuoso a tutela del cliente. A tal fine potrebbe trovare giustificazione il mantenimento delle sole tariffe massime, con riferimento a prestazioni aventi carattere seriale e di contenuto non particolarmente complesso;
- a modificare quanto stabilito nell’art.12 del ddl riguardo la facoltà di concordare il compenso tra avvocato e cliente, tenendo in considerazione il richiamo alla “tariffa” da parte dell’Autorità Antitrust, la quale sottolinea che il parametro di riferimento al fine di determinare un “compenso ulteriore” da riconoscere all’avvocato, risulta in contrasto con i sopra richiamati principi antitrust di libera determinazione del compenso, nonché con il citato D.L. n. 223/2006, che ha abolito il divieto di pattuire compensi parametrati al raggiungimento degli obiettivi perseguiti.

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Incompatibilità

ODG

premesso che:
la proposta in esame riformula il novero delle incompatibilità degli avvocati, ampliandone in sostanza la portata e dettando, all’articolo 16, una disciplina generale che vieta lo svolgimento di qualsiasi attività di lavoro autonomo o dipendente esercitata continuativamente o professionalmente, esclusi i lavori a carattere scientifico, letterario, artistico e culturale e lo svolgimento dell’esercizio effettivo di qualsiasi attività di impresa, lo svolgimento di qualsiasi attività di socio illimitatamente responsabile con poteri di gestione, di amministratore di società di persone esercenti attività commerciale, di amministratore unico o delegato di società di capitali esercenti attività commerciale, presidente o consigliere di amministrazione di tali società con effettivi poteri individuali di gestione, lo svolgimento dell’attività di ministro di culto;

sono invece, previste deroghe al regime di incompatibilità per insegnanti, professori e ricercatori in materie giuridiche.

considerato che:
per quanto concerne la possibilità di iscrizione ad altri albi, la proposta in esame consente l’iscrizione soltanto nell’elenco dei pubblicisti e dei revisori contabili, ma non vieta espressamente l’iscrizione in un altro albo o elenco, sebbene dichiari incompatibile la professione di avvocato con lo svolgimento di qualsiasi altra attività professionale;

in questa ottica l’Autorità Antitrust non ritiene necessarie né proporzionali, rispetto alla garanzia dell’autonomia degli avvocati o alla tutela dell’integrità del professionista, le incompatibilità a svolgere altre attività di lavoro autonomo o dipendente, anche part-time;

l’Antitrust, inoltre, sottolinea come non si colga giustificazione dell’imposizione del limite all’iscrizione degli avvocati in altri albi professionali, posto che, in base al principio di responsabilità professionale specifica, l’avvocato, ove svolga attività forense, deve conformarsi alla relativa disciplina. Ciò, di per sé, garantisce la correttezza e la responsabilità del professionista;

secondo l’Antitrust, le situazioni di conflitto di interessi che dovessero eventualmente emergere nello svolgimento di diverse attività professionali, possono essere risolte con la previsione di strumenti proporzionati, ricorrendo, ad esempio, alle regole di correttezza professionale e a conseguenti obblighi di astensione dallo svolgimento dell’attività in conflitto.

impegna il Governo:
- a tenere conto di quanto ricordato dall’Autorità, secondo cui la disciplina dell’esercizio delle attività professionali, per essere coerente con i principi di concorrenza, richiederebbe l’eliminazione di tutte quelle incompatibilità non necessarie e non proporzionate rispetto agli obiettivi che con le stesse si intendono perseguire;
- a rivedere i criteri che determinano le incompatibilità, dato che esse limitano le scelte professionali per tutti quei soggetti che sono dotati dei requisiti tecnico-professionali per lo svolgimento di una professione e determinano inevitabilmente una limitazione del numero dei soggetti che possono offrire il servizio, determinando in questo modo situazioni potenzialmente foriere di un innalzamento del costo delle prestazioni.

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Associazioni multidisciplinari

ODG

premesso che
la proposta di riforma in esame, all’articolo 4, ammette le associazioni multidisciplinari, prevedendo tuttavia soltanto società con responsabilità illimitata e personale dei soci e con categorie di professionisti individuati dal Consiglio Nazionale Forense. Le associazioni o le società devono essere iscritte in un elenco speciale aggiunto all’albo forense nel cui circondario hanno sede. In particolare, viene vietata espressamente la costituzione di società di capitali che abbiano come oggetto l’esecuzione di prestazioni professionali e viene imposto che l’associato e il socio possano fare parte di una sola associazione o società.

considerato che:
la disposizione secondo cui “le associazioni e le società che hanno ad oggetto esclusivamente lo svolgimento di attività professionale non hanno natura di imprese” appare in contrasto con l’orientamento dell’Autorità Antitrust in materia, in quanto la conformità dei codici deontologici ai principi della concorrenza e la coerenza degli stessi con il dettato legislativo di cui all’articolo 2, comma 1, lettera c), del decreto Bersani n. 223/2006 impongono che l’autoregolamentazione deontologica rispetti il principio secondo cui, in seguito alla abrogazione del divieto contenuto nella legge 23 novembre 1939 n. 1815, i professionisti sono liberi di fornire all’utenza servizi professionali di tipo interdisciplinare attraverso società di persone e/o di capitali o associazioni tra gli stessi;

impegna il Governo:
- a modificare la normativa prevedendo di non precludere l’esercizio della professione nella forma delle società di capitali, essendo esse ancor più idonee alla creazione di strutture di maggiori dimensioni che consentirebbero ai professionisti italiani di poter rispondere adeguatamente alla competizione nei mercati europeo e internazionale.

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Il Consiglio Nazionale Forense e gli Ordini

ODG

premesso che:

la proposta di riforma in esame attribuisce la potestà regolamentare al Consiglio Nazionale Forense (CNF), rimettendo alle decisioni di quest’ultimo la disciplina di numerosi importanti aspetti della professione forense (articolo 3 e ss. e articolo 32 e ss. del DDL);

considerato che:
siffatta attribuzione risulta in contrasto con i principi comunitari di concorrenza che esigono una netta distinzione tra la regolazione autoritativa delle attività private, che deve essere appannaggio di soggetti pubblici, effettiva espressione di interessi generali, e le varie forme di autodisciplina dei propri interessi che possono essere dettate dagli stessi privati interessati;

impegna il Governo:
- a provvedere a modificare il testo eliminando la previsione di un’attribuzione di potestà regolatoria in capo al CNF, che si trova di per sé in una posizione di conflitto di interessi, in quanto tale disposizione potrebbe determinare importanti restrizioni della concorrenza tra i professionisti.

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L’accesso alla professione

ODG

premesso che:
secondo il parere dell’Antitrust, le nuove misure relative all’accesso alla professione, previste nel disegno di legge in esame, irrigidiscono la scelta di chi vorrebbe intraprendere la carriera forense, prevedendo nuovi ostacoli e limitazioni per lo svolgimento del tirocinio e limitando in tal modo la flessibilità dell’aspirante avvocato che, in una fase del tutto prodromica e densa di incertezze rispetto al momento dell’effettivo inizio dell’attività con il conseguimento del titolo, è indotto a scegliere, in via esclusiva, la professione forense (artt. 40 – 42 del DDL);

l’Antitrust, osserva inoltre, che l’iscrizione al registro dei praticanti, per la quale oggi è richiesto soltanto il possesso della laurea magistrale in giurisprudenza, secondo quanto previsto nel DDL in esame, viene subordinato al superamento di un test di ingresso;

la fallacia di tali tecniche di selezione si è già manifestata in altri processi selettivi per l’accesso a carriere giuridiche e ciò rende, pertanto, simili strumenti ostacoli ingiustificati. Discorso analogo vale per la prova di preselezione prevista come condizione per l’accesso all’esame di abilitazione in aggiunta alla compiuta pratica;

numerose sono le nuove limitazioni relative all’attività del praticante. Così, ad esempio, si richiede che la pratica venga svolta presso lo studio di un avvocato con almeno 5 anni di anzianità. Ogni avvocato non si potrà avvalere di più di due praticanti. Si introduce l’incompatibilità dell’attività di tirocinio con qualsiasi rapporto di impiego pubblico o privato, con l’esercizio dell’attività di impresa e con lo svolgimento anche di altri tirocini;

viene limitato l’ambito di attività professionale proprio del tirocinante, prevedendo così che lo stesso, decorso un anno dall’iscrizione nel registro dei praticanti, possa esercitare attività professionale iscrivendosi all’albo dei praticanti abilitati al patrocinio, ma soltanto in sostituzione dell’avvocato presso cui svolge la pratica e per i procedimenti civili e penali di minore entità.

considerato che:
si tratta di innovazioni significativamente peggiorative dello status del praticante abilitato, che riducono fortemente i margini di autonomia e di libertà economica di quest’ultimo nelle more del conseguimento del titolo di avvocato;

inoltre, non risponde ai requisiti di necessarietà e proporzionalità la disposizione che limita la validità del certificato di compiuta pratica alle sole tre sessioni di abilitazione successive. In caso di mancato superamento dell’esame di abilitazione nel corso delle tre sessioni successive, il praticante sarebbe costretto a ripetere il periodo di tirocinio.

a tale complesso normativo si aggiunga che, malgrado fosse stato previsto in uno dei testi originariamente in discussione presso la Commissione, nell’attuale DDL non si prevede alcun tipo di remunerazione o compenso del praticante, disponendosi peraltro che lo svolgimento della pratica non comporta l’instaurazione di rapporto di lavoro subordinato;

tale complessiva disciplina, dal punto di vista concorrenziale, appare idonea ad avvantaggiare le posizioni economiche degli avvocati abilitati che possono avvalersi dell’attività dei tirocinanti eventualmente a titolo gratuito, e risulta persino peggiorativa rispetto a quanto attualmente previsto nel Codice deontologico degli avvocati, laddove, all’articolo 26, comma 1, è sancito che, dopo un periodo iniziale, “l’avvocato deve fornire al praticante […] un compenso proporzionato all’apporto professionale ricevuto”. Non contemplare nella proposta di riforma una disposizione di analoga portata aggrava la posizione del tirocinante, consolidando la prassi che vede spesso il praticante costretto ad offrire i propri servizi in cambio della semplice possibilità di svolgere la pratica forense.

impegna il Governo:
- ad intervenire in merito alla regolamentazione del tirocinio escludendo la previsione di oneri ingiustificati a carico del praticante.
- prevedere lo svolgimento del tirocinio già durante il corso universitario, istituendo a tal fine lauree abilitanti;
- ridurre la durata del tirocinio e introdurre misure che riducano i costi per chi è obbligato a svolgerlo;
- prevedere forme di sussidio, premi o borse di studio al fine di garantire a tutti la possibilità di accedere alla pratica professionale;
- prevedere e valorizzare il tirocinio svolto in forme alternative rispetto a quello effettuato presso gli studi legali privati ovvero presso l’Avvocatura dello Stato, tenendo in considerazione anche, ad esempio, l’attività svolta presso gli uffici legali di imprese ovvero di autorità indipendenti, agenzie pubbliche o altre istituzioni in cui viene svolta attività legale;
- rinnovare il meccanismo dei corsi di indirizzo professionale, previsti obbligatoriamente ai sensi del presente DDL, in maniera tale che la frequenza a tali corsi possa sostituire validamente il tirocinio, diventandone parte integrante.

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1 Risposta to “Riforma professione forense. Ordini del giorno”

  1. Controriforma forense. Al Senato emendamenti e ordini del giorno radicali - archivio di politicamentecorretto.com Says:

    […] Ordini del Giorno dei senatori Donatella Poretti, Marco Perduca, Emma Bonino e Pietro ichino:https://blog.donatellaporetti.it/?p=1315 […]

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