No alla sradicamento dei cani

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La vicenda dei 420 cani della Val d’Agri, in Basilicata, ospitati da anni in canili locali che assicurano loro buone condizioni di vita, su cui pesa la minaccia dello sradicamento e del trasferimento in una grande struttura della Calabria, è una vicenda a cui occorre dare risposte ragionevoli, per il rispetto degli animali e delle leggi: proponiamo dunque un tavolo comune, a cui da subito possano lavorare le amministrazioni lucane, a cominciare dalla comunità montana Alto Agri, il mondo animalista, i gestori delle strutture locali interessate. Intendiamo adoperarci per questo”. Così dichiarano i senatori Roberto della Seta (PD) e Donatella Poretti (PD-Radicali), che seguono da tempo la storia della deportazione annunciata, in seguito ad un bando e ad un appalto ispirati al principio del “massimo risparmio” possibile. “Chiediamo alle amministrazioni locali e a tutti la massima disponibilità, tenendo conto che la storia di questi cani a rischio deportazione è divenuta un caso nazionale, tra l’altro con la mobilitazione del popolo di internet, con appelli e proteste anche dall’estero. Lo sradicamento dei cani da luoghi in cui da lungo tempo vivono con un soddisfacente equilibrio psico-fisico, comporterebbe un fortissimo stress per gli animali, che può avere esiti anche mortali e comunque arrecherebbe loro “inutili sofferenze”, così definite dagli stessi servizi veterinari di Potenza, in un lungo ed articolato parere. Infliggere sofferenze rappresenta un reato ai sensi dell’art. 544 ter del Codice Penale. A nessuno può sfuggire, infatti, che i cani nono sono merce, o un problema, di cui disfarsi cercando di spendere il meno possibile, proponendo importi giornalieri per il loro mantenimento che non possono in nessun modo garantire la loro salute, o il loro benessere. Tutto cio poi è in grande contrasto con il dato che ci risulta relativo al bilancio della regione Basilicata: 300.000 euro per le politiche sul randagismo, mai spesi. Questo mentre urge, più che mai, una campagna di sterilizzazione e tutto quello che la legge nazionale 281/91 richiede alle regioni per prevenire e risolvere il problema degli animali randagi. Siamo convinti che la regione e gli enti locali, sindaci compresi – a cui rimane in capo sempre e comunque la responsabilità degli animali – e tutti gli interlocutori interessati sapranno dare una risposta concreta e civile”.

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