Istruzione/Decreto Gelmini. Intervento in aula

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Di seguito l’intervento in Aula durante il dibattito generale sulla conversione in legge del decreto-legge 10 novembre 2008, n. 180, recante disposizioni urgenti per il diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario e della ricerca.

PORETTI (PD). Signora Presidente, è inutile ripetercelo: ancora una volta stiamo esaminando un provvedimento urgente, un decreto-legge, invece di un provvedimento più ragionato. Si toccano alcuni punti di una materia complessa, quella della politica scolastica ed educativa, che avrebbe bisogno non di piccoli aggiustamenti temporanei ma di riforme radicali, nell’accezione di riforme che vadano alla radice.
Non abbiamo proposto con il senatore Perduca e la senatrice Bonino, cioè con la delegazione radicale, emendamenti inutili nel corso della conversione di un decreto, ma ci riproporremo di farlo quando sarà presentato il disegno di legge su tale materia. Infatti, solo eliminando il valore legale del titolo di studio si può sperare di mettere in competizione le varie università fra loro; è una riforma a costo zero ma, stranamente, non viene mai messa in atto.
Nell’attuale situazione bloccata dell’università ogni meccanismo che si vorrà mettere in atto, sia per la selezione di nuovi ricercatori sia per la progressione di carriera, temo possa risultare inutile e illusorio: si cambia tutto per non cambiare nulla. Le singole università dovrebbero invece poter avere autonomia reale e totale: ogni università, con finanziamenti pubblici e privati, dovrebbe essere autonoma e stabilire criteri propri per la selezione dei ricercatori e dei professori, venendo pesantemente penalizzata in caso di comportamenti non virtuosi. Sarebbe opportuno abolire i concorsi, abbandonare le logiche del pubblico impiego, con più contratti a tempo determinato, anche per cinque anni, che a tempo indeterminato. I progetti di ricerca da finanziare dovrebbero essere poi valutati da un’agenzia della ricerca che valuti l’attività scientifica dei ricercatori proponenti attraverso un sistema di peer review a livello internazionale, con un controllo rigido dei conflitti di interesse.
Sappiamo di vivere un periodo di crisi, non del mercato ma nel mercato: operare dei tagli in questi momenti può essere anche un utile spunto per apportare innovazioni e quei cambiamenti radicali, di cui parlavo all’inizio dell’intervento, per andare alla radice di un sistema malato. Sono momenti di grave difficoltà che spesso fanno sì che sia l’esterno a costringere ad un cambiamento.
Ecco perché invito a valutare l’opportunità di elaborare strategie per attrarre capitali privati, italiani e stranieri, per il potenziamento dei nostri atenei, anche attraverso agevolazioni fiscali per coloro che investono nell’università e nella ricerca. In Italia i finanziamenti pubblici per la ricerca scientifica sono inferiori alla media OCSE, ancor meno sono gli investimenti privati; per questo è necessario andare oltre la mentalità secondo cui solo lo Stato può gestire l’università e la ricerca. Senza investimenti privati il nostro Paese rimarrà sempre un nano a livello internazionale: i soldi pubblici, in assenza di competitività, non basteranno mai e continueranno ad essere più volte sprecati. Un esempio di come il sistema può funzionare: ebbene, solo otto piccole università private degli Stati Uniti spendono più di tutti gli atenei pubblici italiani. (Applausi dal Gruppo PD).

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