Tutela Infanzia. Intervento della senatrice Donatella Poretti

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Discussione delle mozioni nn. 713 e 717, sulla tutela dell’infanzia 

Poretti: (PD). Signor Presidente, nonostante gli interventi finora abbiano cercato in parte di scongiurare il rito o la sua celebrazione, in realtà nel rito ci siamo e stiamo qui a celebrare la Giornata mondiale dei diritti del fanciullo attraverso le mozioni, che si chiamano così sia da un punto di vista parlamentare sia anche nel gergo comune, quando si parla di mozioni degli affetti, quando poi la realtà è altra: è la realtà di quest’Assemblea che è impegnata decisamente ad occuparsi di altro; che sta qui in attesa forse di un voto finale.

Dicevo, nonostante questi tentativi che cercano di scongiurarlo, celebriamo il rito con un susseguirsi di interventi sempre e quasi solo di donne – l’intervento del senatore Giovanardi è per certi versi l’eccezione che conferma la regola – come se i figli e i bambini nascessero soltanto dalle madri e non ci fosse una collaborazione o una responsabilità degli uomini.

È chiaro, senatore Giovanardi, che non sono le donne a fare azione corporativa cercando di escludere i senatori uomini dal dibattito odierno; non credo che qualcuno abbia dettato un ordine secondo cui gli uomini non potessero intervenire. Evidentemente il rito è questo: che le donne si occupano delle questioni delle donne, e quindi si occupano anche dei figli e dei bambini. Eppure, di fronte a questo rito che si celebra oggi pomeriggio al Senato, ma che si celebra contestualmente alla Camera (quindi, il bicameralismo è perfetto in questo frangente) credo che, oltre a cercare di scongiurarlo con gli interventi, dobbiamo davvero farci un esame di coscienza: cosa si è fatto nelle Aule parlamentari, nei cinque anni ormai di legislatura che si va a concludere, sui bambini e sui figli?

Ricorderete tutti la legge «Mai più bambini in carcere», quello slogan che ha unito tutti quanti, tranne noi radicali, che avevamo sottolineato che forse quella legge non era poi così perfetta o funzionale a realizzare lo slogan e a farlo diventare una pratica del mai più bambini in carcere. Eppure abbiamo approvato quella legge che prometteva mai più bambini in carcere, laddove i bambini in carcere ci stanno tranquillamente.

La legge prevedeva che entro sei mesi si sarebbe dovuto emanare un decreto ministeriale, ma il decreto è arrivato un anno e mezzo dopo, alla fine di luglio e ancora oggi non si riesce a capire se e come poterlo bene utilizzare.

Nei fatti in Italia i bambini da zero a tre anni sono ancora nelle carceri insieme alle madri detenute. Si è arrivati perfino alla situazione grottesca e paradossale, di cui si è venuti a conoscenza nei giorni scorsi, che i bambini di Rebibbia, i piccoli detenuti di Rebibbia, non possono neanche frequentare l’asilo nido perché non è più disponibile il servizio di scuolabus. Questa Aula che aveva celebrato il rito «Mai più bambini in carcere» è stata messa di fronte a questa realtà.

Ma in quest’Aula abbiamo esaminato anche un’altra legge, quella ricordata poco fa. Anche io mi appello alla Camera dei deputati. Non sarà rituale, sarà poco corretto, ma dotare il nostro Paese di una legge che equipara i diritti dei figli naturali e di quelli legittimi credo sia un atto dovuto nei confronti di una società che deve confrontarsi con leggi che risalgono ai tempi di Filumena Marturano e che distinguono i figli dai figliastri.

I figli, per scelte dei genitori, si trovano a dover subire ancora delle discriminazioni lessicali (ma ciò sarebbe il minimo) che contrappongono i figli naturali ai figli legittimi e quelli nati all’interno e fuori dal matrimonio; discriminazioni ereditarie, di parentela e discriminazioni – come si è ricordato poco fa – dei tribunali che decidono del loro futuro, tribunale diversi che li prendono in carico.

Mi auguro che dopo le dichiarazioni rese oggi nella Giornata mondiale del fanciullo si arrivi all’atto dovuto e che, quindi, quel disegno di legge sia approvato e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, che cioè la Camera dei deputati si esprima con un voto.

Se non le Aule parlamentari, la Commissione giustizia del Senato si sta occupando dall’inizio della legislatura dell’esame di un provvedimento sull’affido condiviso, un argomento che incide altrettanto pesantemente sulla pelle, sulla vita quotidiana dei bambini e delle famiglie che si trovano, per vari casi della vita, ad affrontare una separazione i cui effetti ricadono sui bambini che vivono in prima persona le guerre e le liti tra genitori.

Ma la legge sull’affido condiviso è rimasta sulla carta e nei tribunali continua ad essere disapplicata, disattesa così il lavoro svolto dalla Commissione giustizia rischia di essere considerato un semplice lavoro interlocutorio per prendere atto della realtà, cioè del fatto che la legge resta disattesa.

Ma quanto si è parlato fuori di qui, quante enunciazioni di principio sono state fatte dal Presidente della Repubblica al Ministro competente di rivedere la cittadinanza dei bambini che nelle nostre scuole stanno fianco a fianco con i nostri figli! La compagna di banco di mia figlia, ad esempio, anche soltanto per avere un documento deve compiere tutto un altro iter: lei è rumena, ha i genitori rumeni, ma è nata in Italia e frequenta le nostre scuole elementari. Siede accanto a mia figlia, ma lei per avere un documento deve adempiere ad una quantità mostruosa di atti burocratici che sono risparmiati a mia figlia: cittadini di serie A e cittadini di serie B. Non credo che sia la società a non essere pronta a compiere questo passo. Non so se sia necessario continuare a parlarne per preparare la società o se, invece, siamo noi legislatori a non prestare la giusta attenzione per approvare questa legge che, ancora una volta, sarebbe un semplice atto dovuto nei confronti dei bambini che frequentano le nostre scuole.

Io volevo intervenire sull’argomento sfiorato e anche in parte affrontato dei bambini e ragazzi che vivono fuori dalle famiglie di origine. Sono circa 32.000, ma anche in questo caso i numeri non sono chiari perché non esiste un monitoraggio reale di quelli che vivono nelle case famiglia da quando si sono chiusi i cosiddetti orfanotrofi e di quelli che vengono dati alle famiglie affidatarie. Sono tra i 15.000 e i 20.000.

Le rette ai Comuni, di cui prima si parlava, in alcuni casi si potrebbero dare direttamente alle famiglie, se il motivo dell’allontanamento è la povertà. Si pagano rette ai Comuni dai 70 ai 120 euro al giorno a bambino a strutture che in alcuni casi sono perfette e in cui c’è la completa dedizione degli operatori, ma non sempre si sanno tutte le cose. Non esiste la trasparenza su questi soldi e su queste destinazioni. Bene, è un giro di affari di un miliardo all’anno. La società investe su questi bambini fino al compimento del 18° anno di età e poi li abbandona. Compiono 18 anni e poiché sono maggiorenni sono lasciati a loro stessi.

Ma dove può andare un ragazzo difficile cresciuto tra una casa famiglia e l’altra? I ragazzi facili non avrebbero queste problematiche. Forse, lo Stato dopo aver investito tanto su un ragazzo dovrebbe continuare a seguirlo e monitorarlo, altrimenti sono soldi buttati. Si sa che fine fa un ragazzo che a 18 si rimanda per strada senza una famiglia.

Voglio chiudere con un appuntamento che facciamo al Senato tutti gli anni grazie alla senatrice Amati. Forse sono queste piccole cose quotidiane che contano, visto che non si riesce ad adempiere al nostro compito di fare le leggi e di adeguarle alle richieste ed esigenze della società. Tutti gli anni facciamo una raccolta proprio per i bambini che vivono nelle case famiglia, insieme all’associazione Terra dei piccoli che ci ha dato lo spunto.

Già nel 2010 avevamo avuto 100 donatori. Ringrazio soprattutto i funzionari e i dipendenti del Senato; c’è stato anche qualche senatore e qualche collaboratore. Nel 2011 sono stati 150; comunque, abbiamo raccolto 800 regali che per Natale sono andati a questi ragazzi che vivono nelle case famiglia. Mi auguro che anche questo anno si compia questo piccolo gesto di volontariato, nell’attesa che queste Aule legislative, oltre a fare le mozioni degli affetti, facciano le leggi che servono ai ragazzi che domani saranno gli adulti. (Applausi dal Gruppo PD).

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