Immigrazione. No al reato di clandestinita’ e cittadinanza italiana in tempi certi. Gli emendamenti al Ddl 733

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Gli emendamenti al Disegno di legge n. 733, presentati in collaborazione col servizio Immigrazione dell’Aduc (Associazione per i diritti degli utenti e consumatori) riguardano due argomenti che il governo ha deciso di inserire nell’ambito della sicurezza. Per quanto non condividiamo la scelta di inserire modifiche alla gia’ articolata materia sugli stranieri in un disegno di legge sulla sicurezza, cio’ non di meno cogliamo l’occasione per intervenire sul tema, proponendo due modifiche al ddl, una relativa alla cittadinanza (art. 3), una all’introduzione del reato di ingresso illegale nel territorio dello Stato (art. 9).

Riteniamo che un primo emendamento sia necessario a causa dei lunghissimi tempi di gestione delle pratiche di richiesta di cittadinanza da parte del Ministero. Pratiche che durano diversi anni, senza che sia data alcuna giustificazione del ritardo. Anche l’attuale termine di due anni  per le pratiche di cittadinanza derivanti da matrimonio con cittadino italiano, senza che sia dettagliata l’istruttoria che si va compiendo, e’ un termine eccessivamente lungo per l’amministrazione. L’emendamento modifica il termine di conclusione della procedura amministrativa per qualsiasi richiesta di cittadinanza  in via generale (e non solo per le pratiche di cittadinanza derivanti da matrimonio con cittadino italiano), riducendolo ad un anno. In linea con tale emendamento, e per evitare la violazione di un principio di diritto fondamentale nei rapporti con la pubblica amministrazione – la certezza dei tempi di ottenimento del decreto di cui all’art. 7 della legge 91/92 e  le conseguenze che ne derivano –  proponiamo che i tempi entro i quali l’Amministrazione valuta la situazione di fatto e entro cui la stessa si cristallizza ai fini dell’accoglimento della domanda di cui all’art. 5 della legge 91/92.

Proponiamo inoltre l’abrogazione della norma del Ddl che introduce il reato di ingresso illegale nel territorio dello Stato: non si puo’ risolvere il fenomeno immigrazione a colpi di dibattimenti penali. Il diritto penale dovrebbe essere una vicenda personale e individuale, e mirare a sanzionare una “ribellione” (vera e offensiva) di una singola persona verso il comune e pacifico spirito di convivenza, non certo a fingersi panacea per un fenomeno collettivo che non si intende altrimenti gestire! Ad oggi, con la politica dei flussi di ingresso contingentati e’ di fatto quasi impossibile, e comunque altamente improbabile (si ottengono difficilmente visti  per turismo, molte le domande inoltrate e mai evase, quote senza speranza ecc….).  In una situazione di fatto e di diritto del genere ce la sentiamo di introdurre il reato in questione, con la reclusione fino a quattro anni!? Ma  ancor piu’ gravi sono gli effetti che questo produrrebbe sulla  gia’ disastrata e  fatiscente situazione della giustizia italiana. C’e’ davvero bisogno di un dibattimento penale, di aule, giudici, cancellieri e avvocati per accertare una irregolarita’ sul territorio? Il sistema giudiziario e carcerario possono davvero sopportare gli effetti di una simile norma? Crediamo davvero di no.  

Qui la relazione completa e il testo degli emendamenti sottoscritti anche dal sen. Marco Perduca 

 

 

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