Riforma del mercato di lavoro. Intervento

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Intervento in aula della senatrice Donatella Poretti in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita

PORETTI (PD). Signora Presidente, onorevole Ministro i senatori radicali voteranno a favore della riforma del mercato del lavoro presentata dal Governo perché, nonostante presenti alcuni limiti, rappresenta certamente un passo in avanti verso la modernizzazione di questo mercato e delle relazioni industriali.

Si, alcune opportunità sono state mancate, ma alcune sono state colte. Quindi, guardiamo la parte piena del bicchiere e sulla base di quella votiamo a favore facendo riferimento ai tre pilastri della riforma: le norme volte a contrastare l’uso improprio e simulatorio dei contratti di lavoro flessibili, la nuova disciplina dei licenziamenti e l’istituzione di un sistema universale di sostegno del reddito dei lavoratori dipendenti che perdono il posto di lavoro. Sicuramente l’ultimo deve essere giudicato in modo molto positivo perché ha eliminato l’attuale giungla degli ammortizzatori sociali, creato un sistema moderno di assicurazione universale per coloro che perdono il lavoro involontariamente, oltre a coprire una parte consistente della platea dei lavoratori dipendenti.

Il problema dell’esclusione del lavoro parasubordinato da questo sistema di protezione contro la disoccupazione dovrà essere affrontato nella fase di aggiustamento della riforma. Le maggiori criticità derivano dall’assenza di un sistema efficiente ed efficace di servizi pubblici e privati del lavoro che possa accompagnare le politiche passive con quelle attive per creare un moderno sistema di welfare to work che coinvolga il lavoratore nella ricerca attiva di un’occupazione.

In assenza di questa essenziale componente delle politiche attive, il solo ammortizzatore sociale rischia di facilitare nel lavoratore atteggiamenti di tipo passivo e, in alcuni casi, d’incentivare il lavoro nero.

Alcune riserve devono essere espresse per quanto riguarda le modalità con le quali sì è voluto contrastare l’utilizzo illegittimo dei contratti flessibili e a termine.

Se, infatti, è sacrosanto limitare drasticamente l’utilizzo elusivo ed evasivo delle collaborazioni e delle partite IVA, è inutile e controproducente intervenire ulteriormente sul costo e sulle possibilità di reiterazione del contratto a termine, perché ciò rischia di produrre un ulteriore effetto negativo sul lavoratore, che sarà semplicemente sostituito da un altro una volta scaduto il temine massimo previsto dalla riforma.

L’unico modo efficace per ridurre l’eccessivo utilizzo della flessibilità in entrata è, di conseguenza, intervenire sul secondo pilastro, cioè escludendo la reintegrazione nel caso di licenziamenti individuali che mettono in causa solo gli interessi economici del lavoratore e del datore lavoro e prevedendo con certezza la misura dell’indennizzo. Basta osservare quello che accade nel Regno Unito dove, a fronte di una maggiore facilità del licenziamento per motivi economici, si osserva (dati del 2011) una quota di lavoratori a termine pari al 6 per cento, mentre nel nostro Paese, dove si vorrebbe tutelare il lavoratore con le disposizioni dell’articolo 18, la percentuale dei lavoratori con un contratto a tempo determinato è pari a più del doppio, il 13,4 per cento, e sale addirittura al 50 per cento per i giovani dai 15 ai 24 anni, sui quali si scarica tutto il peso della flessibilità.

Avremmo preferito che la distinzione fra l’utilizzo della sanzione reintegratoria ai soli licenziamenti in cui siano lesi i diritti fondamentali della persona e del solo indennizzo quando sono in gioco solo interessi economici fosse più netta e non si rischiassero invasioni di campo da parte della magistratura. Comunque, il testo approvato dalla Commissione è un compromesso, buono o accettabile che sia. Ricordo che qualche anno fa, quando come radicali proponemmo un referendum sull’articolo 18, venimmo messi all’indice per voler eliminare dei diritti umani (umani!), quindi già essere arrivati a modificarlo è un primo passo.

Positivo è il monitoraggio, la valutazione, che dovrebbe riguardare non solo le misure previste dalla riforma del mercato del lavoro, ma anche tutte le politiche attive del lavoro e formative che i diversi soggetti istituzionali mettono in campo nel nostro Paese. In particolare, mi riferisco al sottoutilizzo della preziosa banca dati delle comunicazioni obbligatorie da parte del Ministero del lavoro e delle politiche sociali e delle Regioni per una base informativa che dovrebbe essere davvero utilizzata per capire l’efficacia delle politiche attive e passive attraverso risposte a quesiti indiscutibili: quanti dei disoccupati che si rivolgono ai centri pubblici e privati per l’impiego hanno trovato un lavoro, per quanti mesi, quanta formazione è stata fatta, se il lavoro ha davvero risposto a quel tipo di formazione.

Concludo, signor Presidente, per lasciare un appunto al Ministro lavoro e delle politiche sociali che è anche Ministro per le pari opportunità. Prima di me sono intervenute altre senatrici e sappiamo quanto questo argomento le sta e le deve stare a cuore, anche per il ruolo istituzionale che riveste. Si è detto prima – vi ha accennato la senatrice Germontani – che abbiamo un tesoretto rappresentato dal lavoro femminile, che è dimenticato, sul quale non riusciamo o non vogliamo investire. Se si riuscisse a raggiungere il target che ci indica l’Unione europea, i calcoli ci dicono che il PIL aumenterebbe quasi del 7 per cento.

Allora, gli articoli che parlano dell’occupazione femminile in realtà indicano una strada da percorrere, ma non invertono la rotta, continuano a cercare di proporre un cambiamento culturale, ma nei fatti non lo fanno. Si sono previsti tre giorni obbligatori di congedo di paternità contro i quindici obbligatori (e sul fatto che siano obbligatori potremmo perfino discutere), ma una revisione complessiva della presa in cura non si fa soltanto in questo modo. La risposta che ha dato a conclusione della discussione generale il ministro Fornero, dicendo che mancavano i soldi, è qualcosa di già sentito, è una risposta che ormai non basta più, anche perché le donne non dovrebbero più essere viste come una categoria svantaggiata, alla quale riservare delle risorse perché se lo meritano e sono una sorta di quota panda da salvaguardare. No, le donne rappresentano un tesoretto su cui investire e dal quale si potrebbe riavere molto. (Applausi dal Gruppo PD).

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1 Risposta to “Riforma del mercato di lavoro. Intervento”

  1. Donatella Says:

    A questo link il video:
    http://m.youtube.com/watch?v=hlO-TD9wcSw

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