Carcere. Disegno di legge per consentire la socializzazione tra detenuto e cane

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Disegno di legge d’iniziativa dei senatori Donatella Poretti e Marco Perduca

Onorevoli Senatori,
Il cane è un animale sociale, fatto riconosciuto da tutti gli studiosi della materia, pertanto in natura vive in “branco” al cui interno trova sicurezza, convivenza, stabilisce rapporti. Com’è altrettanto noto, nei cani di famiglia è questa ad assumere il ruolo del branco ed è ugualmente conosciuto che l’essere umano diventa il “capobranco”, il punto di riferimento, anche affettivo, per l’animale.
Quando al cane viene a mancare una persona della famiglia cui faceva riferimento, entra inevitabilmente in uno stato di smarrimento, di perdita di sicurezza e di sofferenza che può anche peggiorare il suo carattere e le sue risposte agli stimoli esterni. La presenza di altri esseri umani a lui familiari non riesce del tutto a sopperire alla mancanza del “capo branco” e al conseguente disorientamento dell’animale. Il meccanismo del “capobranco” è alla base dei tanti esempi di fedeltà prolungata verso persone morte, manifestata dal loro cane.
Il mantenimento di un contatto, sia pure momentaneo, con la persona a cui il cane è affezionato porta indubbi vantaggi all’animale in quanto gli certifica la continuità della presenza e nel complesso può favorire il mantenimento dell’equilibrio psichico del cane con benefiche conseguenze anche per quanto riguarda il suo comportamento generale.

Concedere per diritto la possibilità ai detenuti di ricevere periodiche visite dal proprio cane è importante proposta che accompagna i principi generali di umanizzazione della pena, che vede l’ottica retributiva sostituita, almeno a livello teorico, da quella tesa al recupero e al reinserimento sociale.
E’ evidente che l’obiettivo di rendere la permanenza di una persona in carcere non momento di ancora maggiore indurimento, ma anche occasione di ripensamento non può essere perseguito nel vuoto affettivo e relazionale. Senza entrare nel merito di tutto ciò che, a questo scopo, risulta necessario in materia di rapporti umani, un ruolo importantissimo può essere giocato dalla possibilità per il detenuto di avere incontri con il proprio cane, se con questo aveva stabilito, nella vita libera, un rapporto di reciproco affetto.
Incontri, per capire la valenza dei quali, è necessario riflettere in generale sul senso della relazione tra un umano e il suo cane, che, nel corso di una  convivenza, assume valenze forti ed articolate, incidendo in modo positivo sulla sfera fisica, relazionale, cognitiva, motoria.
Le dinamiche che entrano in gioco fanno riferimento in primo luogo alla formazione di una corrispondenza che induce alla decodifica di reciproci stati d’animo attraverso un linguaggio del corpo specie-specifico che sia uomo che cane  imparano a decodificare. L’umano, nella relazione con il suo cane, entra in un’atmosfera diversa: il cane è in grado di favorire il contatto fisico, perché richiede di essere avvicinato, toccato, accarezzato; a sua volta lui si sdruscia, lecca, si accoccola in braccio: il tutto fa riferimento a una forma di comunicazione primaria in quanto il contatto fisico è il primo mezzo di comunicazione che si stabilisce tra il  bambino e sua madre, e che è preverbale, in quanto non si serve, non ha bisogno di parole. E si mantiene come forma di comunicazione anche alla fine della vita, quando tutte le altre funzioni si sono deteriorate o sono andate distrutte. Ora, questa capacità così vitale va tante volte persa a causa di timori, ansie, frustrazioni, inibizioni: la paura o l’esperienza del rifiuto, il pudore dei sentimenti, la difficoltà nelle relazioni possono allontanare da questa propensione, possono indurre a mantenere rispetto all’altro distanze di sicurezza, ad astenersi da una vicinanza vissuta come pericolosa perché in grado di smuovere vissuti che si vogliono invece difensivamente congelare. La relazione con un cane ha l’incredibile capacità di rimetterla in moto, perché è lui stesso a sollecitarla: la reazione di gioia che sempre mette in atto dirige il suo compagno umano verso il superamento delle tante inibizioni costruite. In questo modo l’affettività può essere liberata; in qualche caso si può dire addirittura che può essere scoperta, perché mai sperimentata prima.
Da non sottovalutare la capacità che il cane possiede di controllare, con la sua presenza rassicurante, l’ansia del suo compagno: senza entrare nel merito degli studi scientifici che parlano di miglioramenti di patologie cardiache grazie alla riduzione della pressione sanguigna e al rallentamento del battito cardiaco, frutto per esempio del senso di calma indotto dall’accarezzare l’animale, sono esperienze diffuse il senso di benessere che la compagnia del proprio cane può indurre, il senso di pacificazione, la maggiore propensione al sorriso: molti ricercatori affermano che tutte queste dinamiche portano all’aumento di ormoni come dopamina e beta-endorfina, sostanze fondamentali per l’umore. Insomma una sorta di “dottor Sorriso”, il cane, la cui cura consiste nell’indurre il suo compagno a ridere e sorridere, capacità a torto sottovalutate, perché sono invece in grado di migliorare la vita, allentare le tensioni, privilegiare il lato positivo delle situazioni.

Del tutto evidente la funzione di antidoto alla solitudine che un cane può svolgere, solitudine che può essere un fatto oggettivo, ma anche una situazione esistenziale di assenza di relazioni significative ed appaganti, di condivisione di sensazioni e pensieri con chi ci circonda.

L’attaccamento che si stabilisce con il proprio cane è un legame che può essere compensatorio rispetto al vuoto affettivo che capita di sperimentare, in quanto siamo programmati per accostarci affettivamente agli altri, viviamo nelle relazioni e la loro mancanza è la condizione prima di infelicità.
La presenza del cane induce le persone, cadute per i motivi più diversificati, in una spirale di silenzio, a recuperare la voglia e la spinta a parlare in quanto è dimostrato che sono moltissimi coloro che si rivolgono al proprio cane usando, oltre a quello corporeo, anche il proprio linguaggio verbale, in virtù di un meccanismo di antropomorfizzazione che fa percepire l’animale come dotato delle caratteristiche umane, quindi anche in grado di possedere, almeno a livello di decodificazione, il nostro linguaggio: un linguaggio semplificato, una sorta di “caninese” tanto simile al linguaggio usato per rivolgersi ai bambini piccoli: lui in realtà spesso capisce immediatamente e risponde con azioni congrue, altre volte, quando è incerto sul senso del messaggio ricevuto, resta con lo sguardo fisso negli occhi del suo compagno umano in un volenterosissimo sforzo di decodifica sul da farsi. E la relazione continua.
Continua con l’espressione di emozioni articolate, quelle più semplici quali la gioia, la rabbia o la tristezza, ma anche quelle più elaborate come la gelosia, la sorpresa la vergogna, che un cane è perfettamente in grado di provare e di esprimere: in un gioco degli specchi, le emozioni dell’uno sono simmetriche a quelle dell’altro e l’atmosfera di apatia o indifferenza non può che essere spazzata via.
Il cane vuole giocare, lo vuole quando è giovane, allegro e vitale, ma lo vuole anche quando è molto vecchio e ripropone in modo stanco i giochi di sempre: un tentativo di riprendere la pallina, la mossa che è solo l’ombra di una attività che ha divertito migliaia di volte: questa propensione, nella sua esplosione di vitalità prima e poi lentamente in modo sempre più infiacchito, riporta l’umano ad esperienze  liberatorie, a momenti vissuti nell’infanzia e spesso relegati nella memoria, ad una attività ludica, fine a se stessa e svolta solo per il piacere di farla, andata persa con gli anni.
Occuparsi di un cane elicita il senso di responsabilità: si hanno dei doveri, bisogna darsi da fare, lui dipende da noi. Anche questo è un buon lubrificante sul senso del dovere, sul piacere di prendersi cura di un altro, sulla soddisfazione di sentirsi importanti, almeno per qualcuno.
Se queste, e altre ancora, sono le dinamiche che entrano in gioco in un positivo  rapporto uomo – cane, è consequenziale argomentare come gli effetti benefici di questa relazione si amplifichino all’interno dell’istituzione carceraria, dove la situazione di durezza esistenziale non può che ricadere pesantemente sul detenuto, mentre tutti i suoi bisogni relazionali, affettivi, emotivi cercano risposte che risultano sempre inadeguate a contenere tutta la sofferenza.
Allo stato attuale, pare utopistico pensare alla ospitalità del cane stesso all’interno del carcere: cosa che, nel rispetto delle esigenze dell’animale, forse dovrebbe essere presa in considerazione quando non esistono affidatari esterni o non è percorribile la strada intrapresa da un magistrato coraggioso che ha deciso per gli arresti domiciliari di un uomo condannato per fatti di droga, in quanto il suo cane non avrebbe avuto nessuno che si prendesse cura di lui, se fosse finito in carcere. Ma è di certo programmabile il diritto di un detenuto di ricevere la visita periodica del suo cane, possibilità che attualmente ha solo il carattere di un premio o è espressione dell’iniziativa di direttori illuminati. Il momento dell’incontro è un momento di irresistibile felicità reciproca, che attiva nell’umano (di lui in questo momento ci occupiamo) emozioni tante volte sperimentate in maniera più lieve perché non amplificate da una separazione prolungata; si inserisce nella memoria dei giorni seguenti riattivando i vissuti coinvolgenti; crea aspettative per il futuro;  rimette in circolazione pensieri di gioia, di responsabilità, di affetto; rimanda di sé l’autoimmagine positiva di persona rimpianta, desiderata, amata, aspettata, che è una sorta di balsamo per le tante ferite dell’isolamento; fornisce una spinta emotiva ed esistenziale a non lasciarsi avvolgere da una spirale depressiva; procura una sorta di iniezione di fiducia e buon umore. Riesce anche ad indurre consapevolezza che l’autorità cui è delegato il compito di fare rispettare norme, regolamenti, ristrettezze di vario tipo, riconosce di lui non solo l’aspetto deviante o criminale da punire, ma anche la parte buona, capace di intenerimento e affettività, che va  gratificata. Non da sottovalutare anche un’altra ricaduta positiva: avere un cane, che pure è animale tutt’altro che raro, comporta sempre calamitare l’attenzione degli altri; in un clima di reclusione, dove tutte le esperienze sono limitate, l’essere notato dai compagni di prigionia come dalle guardie, nel rapporto privilegiato e unico con il proprio cane attribuisce una sorta di valore aggiunto, fornisce una ricchezza in più, rende un po’ speciali, solletica domande e curiosità: insomma rende per un momento protagonisti persone che vivono nella dimenticanza sociale.
Per tutti questi motivi, la possibilità di acconsentire per legge che i detenuti possano ricevere regolari visite dal loro cane è una risposta a bisogni profondi, ed è altresì momento di crescita umana e di riappropriazione del proprio potenziale più positivo da parte delle persone carcerate.

Ringrazio, infine, per il loro contributo nella stesura di questa relazione e disegno di legge la dottoressa Annamaria Manzoni, psicologa e psicoterapeuta consulente presso il Tribunale di Monza, il dottor Enrico Moriconi, medico veterinario e Presidente dell’AVDA (Associazione Veterinari per i Diritti Animali), e Alessandro Rosasco, del Comitato Nazionale di Radicali Italiani oltre che dirigente dell’Associazione GAIA, Animali&Ambiente. 

“Modifiche alla legge 26 luglio 1975, n. 354 volte a consentire incontri tra i detenuti e gli internati conduttori di cani con il loro animale”

Art. 1

1) All’articolo 18 della legge 26 luglio 1975, n. 354: “Norme sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà” è aggiunto, dopo il terzo comma, quanto segue:

“Sono altresì consentiti e favoriti incontri tra i detenuti e gli internati conduttori di cani registrati presso l’anagrafe canina e il loro animale secondo modalità stabilite dalla direzione della struttura penitenziaria. La possibilità si estende anche al cane registrato all’anagrafe canina a nome del coniuge o convivente. Il tempo che trascorre tra la richiesta del detenuto/internato e l’incontro con l’animale non deve superare il mese.Tali incontri non sono in alternativa a quelli con i propri congiunti.”

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