La chiusura dei manicomi e’ possibile, il caso italiano un esempio per la Romania

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La chiusura dei manicomi e’ possibile, il caso italiano un esempio per la Romania
Intervento per il Simposio romeno-italiano di Psichiatria
“LA DEISTITUZIONALIZZAZIONE IN PSICHIATRIA COME POSSIBILE RISORSA”
Universita’ di Medicina e Farmacia “Carol Davila” – Aula Magna
(giovedi 25 e venerdi’ 26 novembre 2010)

“Se la malattia mentale è, alla sua stessa origine, perdita dell’individualità, della libertà, nel manicomio il malato non trova altro che il luogo dove sarà definitivamente perduto, reso oggetto della malattia e del ritmo dell’internamento.” Basaglia 1964

Era il 13 maggio del 1978 quando il presidente della Repubblica italiano firmava la legge 180, più nota come Basaglia. Finiva un’era, si chiudevano i manicomi.
Io avevo 10 anni, ma milito in un Partito, quello Radicale, che raccolse le firme per abrogare la legge la legge manicomiale del 1904 che aveva segregato in lager persone con disagi psichici, messe dietro le sbarre, legate nei letti di contenzione e sottoposte all’elettroshock. Dal 1962 Franco Basaglia avviò una rivoluzione. Gli internati vengono così trattati come pazienti, eliminate le contenzioni, aperti i cancelli dei reparti, il dialogo diventa via d’uscita dal disagio psichico. Da quel momento parte una riflessione sociopolitica sul trattamento della follia, sul rispetto della dignità della persona e sui diritti dei malati.
La paura di una campagna referendaria fece approvare con troppa fretta una norma rivoluzionaria nello spirito ma senza gambe per camminare. La fine dell’istituzionalizzazione dei matti, i folli come malati da curare, il riconoscimento dei loro diritti, come quello di rifiutare trattamenti nel rispetto della Costituzione, non riesce ancora oggi ad essere applicata completamente e in maniera omogenea.
Basti pensare che in base ad un censimento del 1996 erano operativi ben 75 ex ospedali psichiatrici (a 18 anni dalla legge) e che gli ultimi 3 manicomi nel sud d’Italia sono stati chiusi pochi giorni fa, ossia dopo 32 anni dalla legge. Un allungamento dei tempi dovuto in particolare problematiche relative alla ricerca di un’adeguata sistemazione per i pazienti, di personale competente. Ma a questo va aggiunto che restano tutt’oggi aperti gli ex manicomi criminali, chiamati Ospedali Psichiatrici Giudiziari, gestiti dall’Amministrazione penitenziaria che sono in tutto 6 e che “ospitano” circa 1.500 internati in condizioni disumane e degradanti come testimoniato dalla commissione d’inchiesta sul servizio sanitario nazionale del Senato.
In Europa 1 persona su 4 soffre di problemi di salute mentale almeno una volta nella vita, molte di piu’ ne subiscono gli effetti indiretti. Dal 36 al 50% delle persone che ne hanno bisogno non accedono ai servizi e non vengono curate. Il peso economico e sociale della malattia mentale in Europa risulta molto maggiore in percentuale rispetto al resto del mondo.
I tre livelli, delle legislazioni sulla salute mentale, delle politiche e infine dei servizi e delle pratiche, si intrecciano costantemente. Una buona legislazione non e’ garanzia di una buona politica per la salute mentale e di un buon sistema di servizi, anche se ne e’ il presupposto, e le buone pratiche che nascono un po’ dappertutto non sempre sono sostenute da una opportuna diffusione tramite politiche efficaci ed attente.
In Europa lo stato delle leggi attualmente e’ assai differenziato. La legge italiana resta un modello in quanto, oltre ad aver dichiarato ed attuato successivamente la chiusura dei manicomi, e’ l’unica a garantire pieno rispetto del cittadino con i suoi diritti, anche durante il trattamento sanitario obbligatorio, che resta limitato nel tempo e motivato dalla tutela della salute (articolo 32 della Costituzione) piuttosto che dalla pericolosita’ e del rischio. La legislazione dei Paesi nordeuropei ad esempio e’ molto rispettosa sul piano dei diritti della persona ma prevede forme di trattamento obbligatorio differenziate e prolungate che vengono fortemente criticate dalle associazioni degli utenti.
Sul piano delle politiche, bisogna innanzi tutto che gli ospedali psichiatrici  sono ancora in piedi in buona parte d’Europa, soprattutto nell’Est, ma anche in Francia e Germania. Quanto minore e’ il Pil, tanto minore e’ la disponibilita’ di servizi comunitari e tanto maggiore e’ il numero di letti negli ospedali psichiatrici.
La dichiarazione di Helsinki, sottoscritta nel 2005 da tutti i 52 Stati Europei, riconoscendo i risultati dell’esperienza italiana, afferma che non c’e’ piu’ spazio per grandi istituzioni psichiatriche. Essa parla invece della creazione di servizi sul territorio, mobili, che vanno incontro ai bisogni ed alle specifiche situazioni delle persone, 24 ore al giorno e 78 giorni su 7, e che prevedono ricoveri ospedalieri solo come ultima risorsa. L’Oms mette in guardia dalla tendenza di separare la dimensione medica da quella sociale e per contrastarla e’ stata posta al centro della riflessione la questione dell’inclusione sociale di persone che sono a rischio di esclusione e di emarginazione. Cio’ comporta l’aggancio ai sistema di welfare ed ai servizi sociali in integrazione con quelli sanitari per rispondere ai bisogni delle persone. Il tema dell’inclusione sociale e’ anche al centro del libro verde dell’Unione Europea del 2006 e della recente risoluzione del Parlamento Europeo sulla salute mentale del febbraio 2009. Ovunque inoltre si pone la questione delle forme di limitazione della liberta’ e di contenzione, dall’uso dei mezzi meccanici per legare le persone, pratica inesistente ed anche fuorilegge in Paesi come la Gran Bretagna, ai reparti chiusi o con stanze di isolamento. Di questo i documenti ufficiali esprimono chiaramente condanna delle forme di abuso e di violazione dei corpi.
Lo scorso aprile a decretare le condizioni ignobili di vita negli Ospedali psichiatrici giudiziari italiani e’ stato il «Comitato per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani o degradanti» del Consiglio d’Europa. Nel rapporto si legge come alcuni pazienti erano stati trattenuti nell’Opg più a lungo di quanto non lo richiedessero le loro condizioni. Nel descrivere i letti di contenzione e le strutture, la situazione e’ stata definita come «incredibile» da Marc Neve, componente del Comitato, e indicata nel documento come la più grave.
Con la Commissione d’Inchiesta del senato abbiamo sollecitato il Dap a fornirci i nomi dei pazienti dimissibili, ma che restano prigionieri degli Opg perche’ le Asl competenti non se ne fanno carico, sono 300 e stiamo lavorando perche’ entro la fine dell’anno venga posto fine al loro internamento perche’ non sussistono piu’ le condizioni di pericolosita’ sociale.
L’accusa di malattia mentale e’ stata usata da regimi totalitari come occasione per isolare l’oppositore, per reprimere il diverso. Nelle democrazie resta lo stigma sociale.
Evidentemente il problema maggiore resta ed e’ quello sanitario, della centralita’ del paziente e della cura. Un diritto, quello alla salute, che non puo’ degenerare nell’obbligo di cura, ma che nei trattamenti sanitari obbligatori trova la sua eccezione. Se questi durano giorni, mesi e anni, questi luoghi non possono definirsi ospedali e luoghi di cura, ma di tortura.
Nei manicomi criminali e’ palese come il ruolo del medico cambia, non e’ piu’ libero di concentrarsi sulle necessita’ e i bisogni del paziente, ma e’ mosso dal dovere verso terze parti, per il controllo del “paziente” stesso. La priorita’ non e’ piu’ verso il paziente, ma verso la societa’ che glielo ha consegnato. A chi mai verrebbe in mente di legare un paziente ad un letto, di somministrargli farmaci contro la sua volonta’, di sottoporlo ad un elettroshock o di chiuderlo in una stanza per una malattia come tumore, infarto o altro?
Il paziente viene trattato con compassione, cura, rispetto e dignita’. Anche il paziente che ha un problema mentale ha necessita’ dello stesso trattamento. Scandalizzarsi di fronte a certi racconti e a certe immagini non basta piu’, produce l’effetto di abitudine al male, l’incapacita’ di riconoscerlo e di contrastarlo. L’assuefazione.

La difficolta’ di fare una legge per chiudere i manicomi e’ comprensibile. Due sono i punti da tenere presente:
- la malattia mentale e la paura che genera tra i cittadini, quando se ne parla e’ spesso oggetto di cronaca nera;
- diritti dei pazienti, le difficolta’ dei pazienti a rivendicare i loro diritti, anche i parenti spesso si vergognano delle condizioni del loro familiare.
Ecco perche’ i dibattiti, i convegni, gli scambi di informazioni tra tecnici del settore, ma che poi deve avere una ricaduta anche sulla cittadinanza sono tutte ottime iniziative.
Basti ricordare che la legge 180 e’ nata dopo un dibattito culturale e politico con al centro i diritti dei  pazienti, ma voluta dai cittadini e da quel referendum che chiedeva l’abrogazione della loro segregazione e la fine dell’istituzionalizzazione dei “matti”.

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1 Risposta to “La chiusura dei manicomi e’ possibile, il caso italiano un esempio per la Romania”

  1. tigrerosso Says:

    Egregia Senatrice,
    io ho un padre ed un fratello schizofrenici.
    I manicomi non ci sono +. Tutto grava sulla famiglia che impazzisce creando nuovi matti: si vendono + medicine, gli psichiatri si esauriscono per il troppo lavoro….ma Lei ha un fratello o un padre con cui deve vivere 24 ore al giorno con la malattia mentale??? E dopo si scrive sui giornali che il figlio ha ucciso il padre o il fratello ha ucciso il fratello… per forza: come si fa a vivere con un padre ed un fratello matti??? Ci provi Lei!!!

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