La malattia mentale sia curata e non punita

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Intervento al Consiglio generale del Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito. Barcelona 3-5 settembre

Se i diritti umani sono universali, e ciascuna persona e ciascuno Stato puo’ e deve lottare perche’ cio’ che risulta scritto nei trattati internazionali nelle carte costituzionali e nelle leggi nazionali sia rispettato, sia applicato, sia la realta’ e non solo un principio scritto, se tutto cio’ e’ imperativo morale, allora anche piccoli, grandi esempi possono essere le piccole tessere di un mosaico. Il mio racconto e’ quello dei manicomi criminali.

Come l’Italia presenti una condizione di degenerazione del sistema penitenziario contro la propria Carta Costituzionale, dove la pena tende alla riabilitazione del condannato e al suo reinserimento nella societa’, contro le proprie leggi che prevedono standard precisi e regolamenti inapplicati, e’ oggetto di altri interventi.
Io mi voglio soffermare su un aspetto che e’ legato al pianeta carcere, ma che prioritariamente punta l’attenzione sulla sanita’ in carcere, e in particolare sulla malattia mentale.
Due premesse:
- l’accusa di malattia mentale e’ stata usata da regimi totalitari come occasione per isolare l’oppositore, per condannarlo all’isolamento, per reprimere il diverso. Nelle democrazie resta lo stigma sociale. La legge manicomiale italiana del 1904 aveva segregato in lager persone con disagi psichici, messe dietro le sbarre, legate nei letti di contenzione e sottoposte all’elettroshock. Dagli anni Sessanta e dalla legge Basaglia, ottenuta grazie ad un referendum Radicale, parte una riflessione sociopolitica sul trattamento della follia, sul rispetto della dignità della persona e sui diritti dei malati. Oggi il dibattito in Italia sembra esser tornato indietro, verso lo Stato etico: l’individuo nella sua complessità va sempre protetto, anche da se stesso, anche se non vuole; lo Stato dovrebbe farlo in alcuni casi con il medico (leggi sul fine vita e testamento biologico), nei matti lo fa con le forze dell’ordine e il medico lo fa con i trattamenti sanitari obbligatori: nei manicomi criminali questa e’ la regola.
- in Europa una persona su 4 soffre di problemi di salute mentale almeno una volta nella vita, molte di piu’ ne subiscono gli effetti indiretti. Il suicidio e’ una causa significativa di morte prematura (ogni anno nell’Ue si registrano 50 mila suicidi), nove volte su dieci e’ preceduto dalla comparsa di disturbi mentali, spesso la depressione. Il tasso di suicidi in carcere e’ molto piu’ elevato che tra la popolazione in generale, negli ultimi 10 anni sono stati 599 i detenuti che si sono tolti la vita, 42 da gennaio.

In carcere si impazzisce e i pazzi finiscono in carcere. Due frasi che esemplificano le condizioni di una parte della popolazione detenuta. Il diritto alla salute scompare, con esso anche la dignita’ umana.
Il degrado umano e lo stato di abbandono terapeutico in cui versano gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari in Italia da tempo, rappresenta qualcosa che non puo’ essere oltremodo taciuto e accettato. Chiunque li visita esce con un solo proponimento: occorre chiuderli. Eppure dagli anni Settanta e dalla legge Basaglia che ha decretato la chiusura dei manicomi civili, quelli criminali hanno solo cambiato il nome da manicomi criminali al piu’ rassicurante Ospedali Psichiatrici Giudiziari.
Sono in totale circa 1500 gli ospiti-detenuti (piu’ tecnicamente “internati”) dei 6 ospedali psichiatrici giudiziari (Barcellona Pozzo di Gotto, Aversa, Napoli, Montelupo Fiorentino, Reggio Emilia e Castiglione delle Stiviere, l’unico completamente sanitario). Nonostante il nome di “ospedale” sono penitenziari, e l’aspetto della cura e della terapia passa in ultimo piano rispetto a quello della detenzione e della sicurezza.
Un meccanismo perverso decreta che tali persone devono essere curate -e che infatti non vengono neppure condannate, ma prosciolte, cui viene comminata una misura di sicurezza, o che vengono mandate in “cura” dalle carceri dove hanno manifestato problemi psichici- vengono chiuse nelle celle, e sorvegliate dagli agenti penitenziari. Gli psichiatri, gli psicologi e i medici piu’ in generale sono un miraggio, ma anche gli infermieri in alcuni istituti sono rarita’.
A seguito di un proscioglimento per incapacita’ di intendere e di volere o per sopravvenuta incapacita’ durante la carcerazione, si puo’ finire in questo vero e proprio girone dantesco che si configura come un “ergastolo bianco”. Le proroghe di 2, 5 o 10 anni possono ripetersi, infatti, all’infinito, laddove una perizia psichiatrica ravveda gli estremi della pericolosita’ sociale anche solo perche’ non si trova fuori una comunita’ o una famiglia che lo riaccolga. Percio’ una persona mai condannata per alcun reato si puo’ ritrovare a scontare di fatto un “fine pena mai”.

Ho visitato questi istituti nel 1997 con il senatore Radicale Piero Milio (recentemente scomparso), poi a piu’ riprese dal 2006 come parlamentare, infine a luglio con la Commissione d’inchiesta sull’efficienza e l’efficacia del Servizio Sanitario Nazionale presieduta da Ignazio Marino. Le condizioni, se possibile, sono perfino peggiorate, nonostante la riforma della medicina penitenziaria del 2008 con cui la sanita’ dal ministero della Giustizia passa finalmente al SSN. Ora la sanita’ fa capo alle Asl, e gli Opg potrebbero essere di esclusiva competenza sanitaria, regionalizzati e distribuiti in piccole strutture medicalizzate, con sorveglianza e sicurezza solo esterna, mentre accanto ai malati internati dovrebbero esserci medici, infermieri e sopratutto attività di recupero.
Potrebbero perche’ a parte il caso dell’Opg di Barcellona Pozzo di Gotto dove la riforma del 2008 ancora non ha neppure visto la luce, visto che la Sicilia in quanto Regione Autonoma non si e’ ancora adeguata alla legge nazionale e il personale medico e infermieristico degli Opg dipendono ancora dal ministero della Giustizia, anche gli altri Opg non hanno visto gli effetti pratici della riforma.
Un esempio per tutti. Nella civilissima Regione Toscana al momento del passaggio di competenza alla sanita’, l’Asl competente realizzo’ delle verifiche e predispose una serie di misure che in caso non fossero state rispettate avrebbero comportato la chiusura dell’istituto. Sono stati fatti interventi di facciata, provvisori, ma il degrado e’ testimoniato dalle fotografie. In documenti ufficiali degli organi preposti ai controlli si legge:
“ci sono precise responsabilita’ di gestione dove l’incuria, l’indifferenza hanno giocato un ruolo significativo per rendere l’uomo simile alla bestia. Le condizioni di totale degrado e di profonda abiezione in cui versano le celle costituiscono una sorta inqualificabile di tortura ambientale, quasi un ulteriore quid afflittivo, quasi una ulteriore pena”.
Tutto cio’ e’ decisamente troppo sopratutto perche’ inflitto a persone non in grado di difendersi, che in alcuni casi non sono in grado di comprendere la gravita’ di cio’ che subiscono fisicamente e sanitariamente.
Si fanno interventi per un campo sportivo e per i passeggi mentre non si interviene sulle celle che “trasudano sofferenza”, celle le cui pareti sono sporche, i materassi pieni di urine, le lenzuola vengono cambiate anche una volta ogni 15 giorni. Una ordinanza del sindaco di Montelupo Fiorentino imponeva un preciso programma di recupero delle strutture della Villa Medicea (occupata dagli uffici dell’Opg) identificando tempi prestabiliti. L’Amministrazione penitenziaria invece di ottemperare ha fatto ricorso e il Tar ha sospeso l’ordinanza.
Un protocollo dello scorso gennaio sottoscritto da Regione Toscana e Dap prevede il passaggio degli internati toscani a Solliccianino, per andare verso la dismissione di Montelupo Fiorentino e nulla ancora e’ stato fatto.

Ma Montelupo e’ solo un esempio. Ad Aversa abbiamo visto reparti sovraffollati senza spogliatoi per gli infermieri, promiscuita’ e sporcizia, internati non curati ma anestetizzati a parere degli stessi infermieri, ambienti fatiscenti e due reparti nuovi con celle pronte, perfino con i letti rifatti che aspettano da mesi il via libera dell’amministrazione penitenziaria per l’agibilita’ tecnica dei locali. Pazienti legati nei letti di contenzione da 3 a 5 giorni per aver messo in imbarazzo una infermiera con battute sconce a Barcellona Pozzo di Gotto. Il letto di contenzione e’ di quelli con il materasso, il buco nel mezzo e la fossa sotto per gli escrementi. A Reggio Emilia il letto appare meno antico, ma un paziente era legato da 5 giorni in attesa dell’effetto dei neurolettici somministrati contro la sua volonta’, non e’ mai stato fatto alzare, neanche lo schienale funziona e in attesa che funzionino i farmaci la stanza e’ chiusa senza campanello, e la chiave non e’ nella disponibilita’ dell’infermiere ma della guardia penitenziaria. A chiedere informazioni non si capisce se e’ legato perche’ troppo violento, ha aggredito un infermiere o altro, e’ stato trovato positivo a test sulla cocaina e trovandosi detenuto non e’ chiaro come abbia fatto a procurarsene.

I carabinieri dei Nas della Commissione del Senato hanno tracciato ritratti con nomi e cognomi, storie, denunciato inadempienze, irregolarita’, tutto pubblico, tutto inviato in Procura. Solleciti della Commissione all’Amministrazione Penitenziaria. Un muro di gomma. Tutti concordano: occorre chiuderli. Ma ancora quei luoghi di sofferenza e tortura sono aperti.

Pendono due sentenze della Corte Costituzionale (2003 e 2004) con cui e’ stata sancita l’illegittimità costituzionale della parte dell’articolo che «non consente al giudice [...] di adottare, in luogo del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario, una diversa misura di sicurezza, prevista dalla legge, idonea ad assicurare adeguate cure dell’infermo di mente e a far fronte alla sua pericolosità sociale».

Lo scorso aprile a decretare le condizioni ignobili di vita negli Ospedali psichiatrici giudiziari e’ stato il «Comitato per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani o degradanti» del Consiglio d’Europa. Nel rapporto si legge come alcuni pazienti erano stati trattenuti nell’Opg più a lungo di quanto non lo richiedessero le loro condizioni, e che altri erano trattenuti nell’ospedale anche oltre lo scadere del termine previsto dall’ordine di internamento. Nel descrivere i letti di contenzione e le strutture, la situazione e’ stata definita come «incredibile» da Marc Neve, componente del Comitato, e indicata nel documento come la più grave.

Esistono casi documentati di persone che non sarebbero mai finite in carcere se fossero state sane ma che stanno scontando fino a 6 anni di internamento. Due simili, uno a Napoli arrestato perche’ era vestito da donna davanti ad una scuola, uno a Reggio Emilia perche’ aveva tentato di picchiare un infermiere. In entrambi i casi, senza la perizia psichiatrica e il proscioglimento, al massimo avrebbero avuto una pena di uno o due mesi di carcere che con la condizionale non avrebbero mai scontato. Entrambi invece da 26 anni sono ostaggio del nostro sistema penitenziario che non riesce a liberarsene. Fino a che non si trova loro una comunita’ che li accolga, la pericolosita’ sociale non viene meno, e il girone infernale li ha inghiottiti. Il signore di Napoli trascorre le sue giornate a tagliarsi i pantaloni e a ricucirseli come fossero gonne e a fare monili e gioielli con i tappi delle bottiglie di plastica.

Un primo intervento legislativo necessario e urgente che potremmo invocare ci viene dalla Spagna, che ha una legislazione simile e istituti simili agli Opg, ma prevede come il limite massimo di detenzione non possa superare la durata della pena che sarebbe stata comminata per il reato commesso e per cui sono finiti nel circuito giudiziario.

Evidentemente il problema maggiore resta ed e’ quello sanitario, della centralita’ del paziente e della cura. Un diritto, quello alla salute, che non puo’ degenerare nell’obbligo di cura, ma che nei trattamenti sanitari obbligatori trova la sua eccezione. Se questi durano giorni, mesi e anni, questi luoghi non possono definirsi ospedali e luoghi di cura, ma di tortura.

Nei manicomi criminali e’ infatti il ruolo del medico che cambia, non e’ piu’ libero di concentrarsi sulle necessita’ e i bisogni del paziente, ma e’ mosso dal dovere verso terze parti, per il controllo del “paziente” stesso. La priorita’ non e’ piu’ verso il paziente, ma verso la societa’ che glielo ha consegnato. A chi mai verrebbe in mente di legare un paziente ad un letto, di somministrargli farmaci contro la sua volonta’, di sottoporlo ad un elettroshock o di chiuderlo in una stanza per una malattia come tumore, infarto o altro?
Il paziente viene trattato con compassione, cura, rispetto e dignita’. Anche il paziente che ha un problema mentale ha necessita’ dello stesso trattamento. Scandalizzarsi di fronte a certi racconti e a certe immagini non basta piu’, produce l’effetto di abitudine al male, l’incapacita’ di riconoscerlo e di contrastarlo. L’assuefazione.

Esistono trattati internazionali, dai principi delle Nazioni Unite per la protezione delle persone con malattia mentale del 1991 fino alla convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilita’ del 2006, passando dalla Convenzione contro la tortura… trattati che indicano un percorso chiaro che stiamo evidentemente violando.

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