Deportazione cani in Basilicata. Verificare struttura di Cassano

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Interrogazione dei senatori Donatella Poretti e Marco Perduca ai Ministri del lavoro, della salute e delle politiche sociali, per i rapporti con le Regioni e della giustizia

Premesso che:

la Comunità montana Alto Agri, presieduta dal dottor Imperatrice, ha indetto nei mesi scorsi una gara per “appaltare”, secondo il criterio del massimo ribasso possibile, 420 cani che si trovano da tempo, anche da molti anni, in strutture soddisfacenti di medie e piccole dimensioni della regione Basilicata. Questi animali sono in buone condizioni psico-fisiche ed hanno raggiunto nel tempo un equilibrio dal punto di vista della socializzazione e delle relazioni interspecifiche ed intraspecifiche;

nessuno dei canili sopra citati è stato in grado di affrontare la gara al massimo ribasso economico, date le richieste irrisorie della comunità montana: solo 1,60 euro per i cani del canile sanitario ed 1,80 per i cani da “rifugio”. Nel bando si precisa che nell’ammontare complessivo di tali cifre sono comprese le spese di alimentazione, assistenza veterinaria, accalappiamento dei cani nei territori della Comunità Alto Agri, smaltimento dei corpi dei cani morti, ma anche degli animali che non appartengono a specie selvatiche né esotiche, dunque mucche, pecore eccetera. È evidente che tali importi non sono compatibili con un trattamento dei cani capace di garantire il loro benessere. Si ricorda in proposito che anche la magistratura (TAR Puglia) si è pronunciata contro la “non-congruità rispetto al livello di tutela” in gare analoghe;

solo una struttura della Calabria situata nel comune di Cassano allo Jonio (Reggio Calabria) ha risposto positivamente al bando citato;

la vicenda di questi 420 cani, posti all’asta secondo criteri economici, ha avuto grande risonanza: lo sradicamento dai luoghi in cui si trovano comporterebbe loro un forte trauma, per la perdita di ogni riferimento, anche affettivo, consolidato nel tempo; occorre inoltre considerare il reale rischio che il trasferimento comporterebbe per la vita stessa degli animali. Notevole attenzione è stata rivolta dalla stampa locale, dal movimento animalista a livello nazionale, mentre di recente un’interrogazione è stata presentata da un consigliere della Regione Basilicata;

la questione ha interessato il Parlamento attraverso un atto di sindacato ispettivo presentato dai firmatari della presente interrogazione, che è stato sottoscritto anche da numerosi senatori di diverse parti politiche;

è inoltre in atto la mobilitazione del personale, formato anche attraverso corsi delle ASL, che perderebbe il posto di lavoro se i cani dei locali canili dovessero essere deportati in Calabria; si tratta di operatori dotati di contratto di lavoro a tempo indeterminato, che non hanno goduto dell’attenzione che gli organi regionali hanno riservato ad altri lavoratori in difficoltà, nonostante il loro numero sia notevole;

l’Ente nazionale protezione animali (ENPA) ha presentato una diffida, a firma della Presidente nazionale, rivolta ai vertici dell’amministrazione regionale, al Presidente della Comunità montana, ai Comuni che hanno affidato alla Comunità Alto Agri una sorta di delega sui cani provenienti dai loro territori. Nella diffida l’Enpa ravvisa la violazione della legge n. 281 del 1991 “Norme per la prevenzione del randagismo e la tutela degli animali d’affezione”, con particolare riferimento agli articoli 1, 2 e 4. L’articolo 1 di questa norma nazionale recita infatti: “Lo Stato promuove e disciplina la tutela degli animali di affezione, condanna gli atti di crudeltà contro di essi, i maltrattamenti ed il loro abbandono, al fine di favorire la corretta convivenza tra uomo e animale e di tutelare la salute pubblica e l’ambiente”. Da tutto il contesto della legge, dalla lettera e dallo spirito, si evidenziano le responsabilità della Regione in materia di randagismo e benessere animale, quelle delle ASL e quelle dei Sindaci: questi organi non possono ritenere di “scaricarsi”, letteralmente, del “problema” costituito dai cani randagi con la deportazione in altra regione;

il 15 maggio 2009 l’Azienda sanitaria provinciale di Potenza, Dipartimento di Prevenzione, Unità operativa veterinaria area “C” ha indirizzato al Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali, al Dirigente generale Ufficio veterinario della Regione Basilicata, al Presidente della Comunità montana Alto Agri e all’Ente nazionale protezione animali – sede centrale un parere contrario all’ipotesi di trasferimento di cani randagi in altri rifugi ubicati al di fuori della regione, con riferimento alla gara di “appalto” suddetta, affermando: “ritenuto che il trasferimento di cani randagi in altri rifugi ubicati al di fuori della Regione, sia una pratica che, non apportando alcun contributo alla lotta al randagismo, determini senza alcun dubbio una inutile sofferenza psicofisica agli stessi, considerato inoltre che essa è in contrasto con la normativa vigente e con la sua finalità, esprime parere sfavorevole ad un eventuale trasferimento di cani randagi, già ospitati in rifugi di questa regione, presso altri rifugi ubicati al di fuori del territorio regionale”;

il medesimo parere, dopo aver ricordato le competenze che la legge n. 281 del 1991 ha attribuito alle Regioni, per quanto riguarda sia il risanamento dei canili comunali, la costruzione dei rifugi, il riparto economico tra i Comuni, sia l’attribuzione alle Regioni dell’attuazione di un proprio programma di prevenzione al randagismo, afferma: “Non avrebbe alcun senso catturare i cani in una regione e ricoverarli in un’altra, come se quest’ultima potesse avere interesse a riempirsi di cani randagi. La finalità della legge 281 non è assolutamente quella di scaricare i cani da una regione all’altra, bensì quella di trovare un proprietario per i cani catturati e ricoverati nelle proprie strutture, significando che un aumento del numero delle adozioni è strettamente correlato alla tipologia di gestione della struttura che ha ospitato i cani, soprattutto in termini di socializzazione con l’uomo degli stessi cani ricoverati”; è evidente che tale socializzazione avviene solo nei canili di piccola e media dimensione;

il medesimo parere dell’Unità operativa veterinaria area “C”, sottolineate le difformità giuridiche tra la normativa sul randagismo della Regione Basilicata e la normativa della Regione Calabria, riporta quanto segue: “Per quanto riguarda il rispetto del benessere dei cani custoditi nei canili, agli stessi va senza alcun dubbio riconosciuta una capacità relazionale con l’ambiente, tesa a raggiungere un giusto equilibrio con esso. In un ambiente conosciuto il cane riceve dallo stesso stimoli già noti e quindi modula in maniera ottimale le risposte. Viceversa, trovandosi improvvisamente in un altro ambiente, i nuovi stimoli determinerebbero inevitabilmente una fase di adattamento tesa a modularne le risposte, definita sostanzialmente come fase di stress”;

nonostante il parere di cui sopra, l’8 giugno 2009 il Presidente della Comunità montana Alto Agri ha firmato l’affidamento definitivo dei cani alla struttura di Cassano allo Jonio, che sembra di enormi dimensioni;

sotto l’aspetto giurisprudenziale è da rilevare come la letteratura riconosca l’infliggere una condizione di stress come maltrattamento e definisca la sofferenza degli animali legata anche ad aspetti non semplicemente fisiologici. Così, la sentenza n. 175 del gennaio 2008 della Cassazione penale, sezione III, ha affermato che la sofferenza può consistere nei soli patimenti;

procedere dunque al trasferimento dei cani significherebbe, alla luce della giurisprudenza sopra citata, e del parere dei servizi veterinari di Potenza del 15 maggio, infliggere volontariamente sofferenze e dunque incorrere nel reato di maltrattamento, ai sensi dell’articolo 544-ter del codice penale;

occorre sottolineare come la legge n. 6 del 25 gennaio 1993 della Regione Basilicata stabilisca che “i cani già trasferiti in un rifugio per il ricovero permanente, se non reclamati entro il termine di 60 giorni dalla cattura, possono essere ceduti a privati che diano garanzia di buon trattamento o ad associazioni protezionistiche”: dunque, non ad un altro rifugio,
per sapere:

- quali misure intendano adottare i Ministri in indirizzo per impedire la sofferenza o addirittura la morte degli animali a rischio di deportazione a seguito dell’appalto voluto dalla Comunità montana Alto Agri;

- quali misure intendano adottare per impedire la violazione della normativa nazionale sul randagismo introdotta dalla legge n. 281 del 1991, del codice penale e della normativa della stessa Regione Basilicata;

- quali siano le caratteristiche del canile di Cassano allo Jonio;

- se esso sia dotato di tutti i requisiti di legge, sotto il profilo sanitario ed urbanistico, e di tutti i requisiti necessari ad assicurare il benessere degli animali, tra cui spazi aperti per il movimento, presenza di operatori per assicurare la piena socializzazione, eccetera;

- se il Ministro del lavoro, abbia verificato in loco le condizioni della struttura di Cassano allo Jonio e se sia stato accertato il possesso dei requisiti a norma di legge al momento del bando.

Qui la risposta del ministero

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