Caccia. Le lobby ci riprovano con emendamenti al ddl 1781 Comunitaria 2009

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Emendamento 22.0.11  

L’emendamento 22.0.11 alla Comunitaria 2009, del senatore Santini, è la riproposizione delle medesime proposte di modifica alla legge 157/92 già presentate nel corso della Comunitaria 2008 e di questa stessa Comunitaria 2009, alla Camera del Deputati, e respinte da Governo e Commissioni competenti.

Attraverso la dichiarata motivazione di rispondere alle procedure di infrazione comunitaria in materia di caccia, si ineriscono una serie di elementi del tutto estranei ad esse e che anzi vanno in direzione esattamente contraria a quanto chiesto dalla Commissione europea.

E’ il caso, ad esempio della clamorosa proposta di modifica dell’articolo 18 comma 2 della legge 157/92 che cancellerebbe i termini massimi per la stagione venatoria, oggi contenuta tra l’1 settembre e il 31 gennaio di ogni anno. La proposta (comma 3 dell’emendamento 22.0.11), ha del clamoroso perché smonterebbe uno dei capisaldi della legge 157/92 e permetterebbe addirittura l’allungamento regionale della stagione di caccia, laddove la Commissione europea con la procedura 2006/2131 chiede, al contrario, di limitare il periodo di caccia prevedendo il divieto assoluto di caccia durante le fasi di riproduzione e migrazione.

Non si tratta, peraltro, dell’unico elemento negativo presente nell’emendamento 22.0.11, come mostreremo nelle pagine seguenti. 

Se dunque l’emendamento 22.0.11 viene motivato con la necessità di “permettere il coordinamento della legislazione della protezione sulla fauna omeoterma e per il prelievo venatorio con quella degli altri Paesi membri dell’UE” e di “eliminare “il pacchetto di modiche richiesto dalla Commissione europea, soddisfacendo tale richiesta”, il risultato reale, qualora l’emendamento dovesse essere approvato, sarebbe un chiaro peggioramento della situazione di infrazione italiana e un caos normativo e di contenziosi di cui davvero non si sente necessità.

E’ dunque doveroso e opportuno il ritiro ovvero la bocciatura dell’emendamento 22.0.11.

Qui di seguito un’analisi specifica dei vari punti negativi dell’emendamento. 

Emendamento 22.0.11, comma 1 a) 

Con i punti 5 e 6 della Procedura di infrazione 2006/2131, la Commissione europea chiede alla Repubblica italiana di recepire l’articolo 2 della direttiva 79/409/CEE detta Uccelli, ad oggi risulta non ancora recepito, che recita semplicemente:

“Gli Stati membri adottano le misure necessarie per mantenere o adeguare la popolazione di tutte le specie di uccelli di cui all’articolo 1 ad un livello che corrisponde in particolare alle esigenze ecologiche, scientifiche e culturali, pur tenendo conto delle esigenze economiche e ricreative”.

Con il comma 1 a) dell’emendamento 22.0.11 si aggiunge, in coda all’articolo da recepire, un riferimento ai “dettami della “Guida alla disciplina della caccia nell’ambito della direttiva 79/409/CEE sulla conservazione degli uccelli selvatici” della Commissione europea” quale documento di orientamento relativo alla caccia…”.

In realtà, tale “Guida” non rappresenta uno strumento giuridico bensì (come peraltro riporta la stessa formulazione dell’emendamento) un documento interpretativo e di orientamento. Essa dunque non contiene “dettami”, cioè regole, norme, prescrizioni, bensì indicazioni tecniche e linee di interpretazione. 

Ciò è esplicitamente chiarito dalla stessa Guida (Prefazione, paragrafo Limiti della Guida), in cui si precisa che essa “non ha carattere legislativo, ossia non stabilisce nuove regole ma si limita a fornire indicazioni sull’applicazione delle regole vigenti”.

Insomma, l’emendamento inserirebbe nella legge italiana un contenuto (il riferimento alla Guida interpretativa) che in alcun modo è richiesto dalla disciplina comunitaria e che anzi gli organi comunitari consigliano di non includere nelle previsioni di legge.

La formulazione adottata con l’emendamento 22.0.11, comma 1 a) rischia quindi di mettere in discussione la corretta risposta alla richiesta della Commissione, laddove il mantenimento o l’adeguamento delle popolazioni delle specie di uccelli devono essere effettuati secondo i dettami della stessa direttiva e non quelli (peraltro inesistenti) di una sua pur importante “Guida” interpretativa. 

Si consideri inoltre che la “Guida” fa riferimento esclusivo all’attività venatoria e, in particolare, a due articoli della direttiva (articoli 7 e 9). La portata della direttiva Uccelli è invece ben più ampia di tali aspetti, riferendosi essa alla conservazione di tutte le specie di uccelli viventi allo stato selvatico nel territorio europeo e alla regolazione generale del loro sfruttamento.

Per fare solo alcuni esempi, la direttiva riguarda tematiche quali la tutela degli habitat, la creazione o il ripristino di biotopi,  l’istituzione di zone di protezione speciale, gli interventi a tutela delle specie rare e minacciate eccetera. Tematiche che non sono in alcun modo (se non in via puramente incidentale) oggetto della “Guida”.

Dunque, l’emendamento 22.0.11 comma 1 a), subordinerebbe la conservazione complessiva degli uccelli alle previsioni di una Guida interpretativa che si riferisce a soli due articoli ed è redatta in riferimento alla sola attività venatoria. 

Se quindi la Commissione europea chiede all’Italia di recepire l’articolo che recita “gli Stati membri adottano le misure necessarie per mantenere o adeguare la popolazione di tutte le specie di uccelli di cui all’articolo 1 ad un livello che corrisponde in particolare alle esigenze ecologiche, scientifiche e culturali, pur tenendo conto delle esigenze economiche e ricreative”, l’aggiunta del riferimento alla Guida comporterebbe, con tutta evidenza, un sostanziale e grave svilimento del recepimento nella normativa nazionale della direttiva e dunque una chiara infrazione alla normativa comunitaria.

Emendamento 22.0.11, comma 2  
 
Con i punti 16 e 17 della procedura di infrazione 2006/2131 si chiede alla Repubblica italiana di recepire la seguente parte dell’articolo 7.4 della direttiva 79/409/CEE, che ad oggi risulta ancora non recepita:

“Essi [gli Stati membri] provvedono in particolare a che le specie a cui si applica la legislazione della caccia non siano cacciate durante il periodo della nidificazione ne durante le varie fasi della riproduzione e della dipendenza. Quando si tratta di specie migratrici, essi provvedono in particolare a che le specie soggette alla legislazione della caccia non vengano cacciate durante il periodo della riproduzione e durante il ritorno al luogo di nidificazione”.

Si tratta di un passaggio di grande importanza della direttiva e più in generale per la conservazione delle specie di uccelli. 

In effetti, le fasi di riproduzione e migrazione preriproduttiva sono, per gli uccelli, momenti di estrema delicatezza dal punto di vista biologico e dunque tali da richiamare specifiche, particolari ed efficaci misure di protezione. Tra queste, la direttiva prevede il divieto di caccia.

Nella normativa italiana, come appunto evidenziato dalla Commissione ai punti 16 e 17 del parere motivato, tale divieto non è previsto. Tuttavia, la formula di recepimento proposta con l’emendamento 22.0.11 comma 2, non risponde in alcun modo a questa necessità. Si prevede infatti che al primo periodo del comma 2 dell’articolo 18 legge 11 febbraio 1992 n. 157, che attualmente recita:

“I termini di cui al comma 1 possono essere modificati per determinate specie in relazione alle situazioni ambientali delle diverse realtà territoriali”) 

sia aggiunta il seguente: 

“anche al fine di garantire la tutela delle specie di uccelli di cui all’articolo 1 della direttiva 79/409/CEE nel periodo di nidificazione e durante le fasi di riproduzione e di dipendenza e, nei confronti delle specie migratrici, durante il periodo di riproduzione e durante il ritorno al luogo di nidificazione”.

Ora, come risulta evidente, non viene previsto  alcun “divieto di caccia nei periodi di riproduzione e migrazione prenuziale”, secondo quanto chiesto da direttiva e procedura di infrazione, bensì una generica e tautologica “garanzia di tutela”. 

“Generica”, perché rimandata in astratto ad un successivo e peraltro eventuale intervento delle regioni (quando invece è lo Stato membro a dover garantire il divieto di caccia in tali periodi).
“Tautologica”, perché la garanzia di tutela degli uccelli è precisamente il fine dell’intera direttiva e si riferisce ad ogni periodo dell’anno e ad ogni specie di uccello di cui all’articolo 1 della direttiva medesima. Mentre invece, per i periodi di riproduzione e migrazione prenuziale, la direttiva chiede una forma di protezione specifica rappresentata, per l’appunto, dal divieto di caccia.

E’ dunque evidente che l’attuale formulazione dell’articolo 16, comma 2 non fornisce risposta alla richiesta comunitaria.

Emendamento 22.0.11, comma 2  
 
Gravissima è la situazione che si determinerebbe con il comma 3 dell’emendamento 22.0.11.

Con tale emendamento si sostituisce il terzo periodo dell’articolo 18, comma 2 della legge 157/1992:

“I termini devono essere comunque contenuti tra il 1° settembre ed il 31 gennaio dell’anno nel rispetto dell’arco temporale massimo indicato al comma 1” 

con il seguente:

“I termini devono comunque garantire il rispetto della direttiva 79/409/CEE per le specie in essa tutelate”.

L’emendamento cancellerebbe dalla legge 157/92 l’arco temporale massimo tra il primo settembre e il 31 gennaio entro cui possono essere autorizzate modifiche regionali alla stagione venatoria e lo sostituirebbe con un elemento pletorico e generico, ovvero la necessità di garantire il rispetto della direttiva 79/409/CEE. 

Si tratta, con tutta evidenza, della modifica, grave e inopportuna,  di una parte essenziale della legge 157/92 (l‘arco temporale 1 settembre – 31 gennaio), con l’evidente scopo di prolungare la stagione venatoria. 

Inoltre, si tratta di una modifica del tutto estranea alla procedura di infrazione, la quale non chiede in alcun modo alla Repubblica italiana di cancellare l‘arco temporale previsto dall’Italia la per stagione venatoria. La direttiva si limita a chiedere che la caccia non pregiudichi il buono stato di conservazione delle specie e delle popolazioni di uccelli e non si eserciti durante il periodo della riproduzione e della migrazione prenuziale. Anzi: la previsione di un arco temporale massimo è uno dei modi corretti ed efficaci per il rispetto delle previsioni della direttiva da parte di uno Stato membro. La modica proposta con l’emendamento 22.0.11 è dunque del tutto decontestuale rispetto alla procedura di infrazione 2006/2131 e quindi alla stessa legge Comunitaria.

Peraltro, aspetto di non poca importanza, l’emendamento determinerebbe una situazione di notevolissima incertezza del diritto, viste le sicure difficoltà interpretative derivanti dal testo così riformulato e consegnerebbe alle regioni italiane una stagione di caos giuridico con ricorsi, pressioni e contenziosi continui. Tale situazione aprirebbe altresì la strada ad una nuova stagione di “deroghe” di caccia, con il rischio che, anziché porre rimedio alle infrazioni comunitari, l’emendamento 22.0.11 alla legge Comunitaria ne determini di nuove.

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